Nuovo cinema

Nuovo cinema

domenica 22 aprile 2018

Dei bulli e della scuola

Leggo L'Amaca di Michele Serra, le critiche e i chiarimenti che lo stesso Serra procede a fornire.
Eppure la sua posizione non mi convince del tutto.
Ricordo gli anni del mio liceo classico e come mi sentissi in una bolla protetta rispetto agli altri istituti e a quello che tramite amiche che avevano fatto scelte differenti, poteva arrivare alle mie orecchie.
Eppure ricordo bene, nonostante siano passati decenni, il giorno in cui la campana di vetro in cui eravamo contenuti noi, 17 studenti, iniziò a creparsi come un cristallo del parabrezza.
Il professore di greco era un soggetto la cui presenza e austerità era fuori discussione, eravamo abituati persino a festeggiare per un 4 preso ad una sua versione e nessuno avrebbe osato contraddire i suoi metodi ancor più arcaici del suo linguaggio.
Non proprio nessuno, a dire il vero, infatti quel giorno, il figlio del cardiologo decise che poteva rifiutare di avere "padronanza nei gesti e nelle parole", per citare una qualità riconosciuta da Serra agli studenti del liceo classico, e rispose male al docente.
Eccolo lì il primo sassolino che si infrange sul cristallo della nostra campana.
Mi si dilatano le pupille, volgo lo sguardo al professore che ha una reazione adirata e prevedibile, ci aspettiamo conseguenze imminenti che però si diluiscono nel fiume di parole contrariate.
D'improvviso un altro sassolino, più grosso, colpisce il cristallo sempre più fragile della nostra campana, perché il figlio del cardiologo non si mostra minimamente "rispettoso delle regole" e messo in riga dalle stesse, ma gomiti sul tavolo e aria di sfida al prof, inizia ad applaudire.
Pian piano, poi via via in modo sempre più umiliante. Ed è a quel punto che ti aspetti l'uragano, la punizione divina, le sette piaghe dell'Apocalisse, la morte di tutti i primogeniti maschi dei cardiologi.
Invece la campana crolla in milioni di pezzi minuscoli, lasciandoci nudi davanti al silenzio del prof che resta immobile davanti all'umiliazione subita.
Ogni battito di mani del compagno di classe è il gong che precede l'apertura del sipario, lo srotolamento della realtà mai raccontata, mai resa visibile, quella che vede un altero e maturo professore di greco rendersi zero davanti ad un ragazzino il cui padre forse contribuisce al benessere della famiglia e di quegli extra che uno stipendio facilmente superabile da diverse angolature non potrebbe garantire.
Nessuno commenterà più quell'episodio, ma l'espressione di rammarico e impotenza di quel docente la ricordo ancora oggi.
Nessuna distinzione dunque tra le due incapacità, quella di un ragazzino maleducato , figlio di "buona famiglia" e frequentante un liceo classico all'epoca e quella di un ragazzino maleducato frequentante un istituto tecnico oggi.
Quello che cambia è la minore consapevolezza di una protezione che dall'alto garantisce il silenzio di chi poco può fare, anche qualora volesse alzare la voce.
Lo sapeva il professore che quel ragazzo era intoccabile, e il ragazzo ha contribuito a ricordarglielo e a sfigurarne l'autorità. Il potere gli derivava dell'appartenenza ad una classe sociale particolarmente elevata. Il potere del ragazzo proveniente dall'istituto tecnico invece deriva dal depauperamento che qualsiasi professore, operante in scuole di qualsiasi ordine o grado, sta sperimentando sulla sua pelle.
Quando è la scuola ad appiattirsi al livello degli studenti, invece di stimolare gli studenti a raggiungere standard di eccellenza nella conoscenza e nella cultura, è inevitabile l'inversione dei ruoli di potere.



sabato 8 aprile 2017

Posso spiegare

Quando si ha una voce che copra tutte le ottave e anche oltre, srotoli il proprio registro flautato come fa lei, più che spiegare ci si chiede perché non sia nella cornucopia di camoscio in cui ho visto inserire artisti meno dotati.

giovedì 26 maggio 2016

Veloce come Carlo Capone


In un buon momento per il cinema italiano, registi giovani come Matteo Rovere e Gabriele Mainetti stanno dando una ventata di freschezza alla filmografia nostrana: è proprio Matteo Rovere, classe ’82, che stupisce con un film di genere come “Veloce come il vento“. Inquadrature strette e riprese di gara convincenti riescono a conferire quella tensione adrenalinica che si vive durante le gare di Rally.
Ma quello che il film riesce a creare è la curiosità per il protagonista cui è ispirato, il pilota italiano di Rally Carlo Capone.
Il film è liberamente ispirato alla storia di questo pilota: tanto liberamente che Accorsi nel film non si chiamerà Carlo Capone, ma Loris Rovere.
Personaggi distanti tra loro, Loris è un tossicodipendente chiacchierone e smemorato, Carlo Capone viene descritto come taciturno e riservato dagli amici (e non fa uso di sostanze stupefacenti, e questo ci tengono a ribadirlo).
Chi è dunque questo campione dimenticato?
Ne parla la rivista Autosprint che dedica un lungo articolo al campione europeo del 1984 con la Lancia.
Nell’83 gli affiancarono sulla Lancia Rally 037 il navigatore Luigi Pirollo,che di lui dice:
“La Fiat mi chiese di correre con lui perché prometteva bene. Però era un po’ una mina vagante, per via del carattere. Timido, introverso. Era balbuziente e questo non lo aiutava. Parlava poco e rideva ancor meno. Corremmo tre anni insieme, prima con la Ritmo Gruppo 2, poi con la Gruppo A. Quindi il passaggio alla 037. Andava fortissimo, un missile terra-aria. Ma rischiava troppo. Soprattutto nelle ricognizioni, che allora non avevano nessuna sorta di limitazione e che tutti facevamo andando come dei matti. Carlo un po’ troppo. Passava a velocità folli, prendeva rischi incredibili. Non ne potevo più. Al Colline di Romagna facemmo un’uscita terrificante: non riuscii nemmeno a ritrovare il quaderno delle note… Dopo il Rally di Piancavallo dissi ai capi: io con lui non corro più! Ero arrivato al limite, ero certo che prima o poi ci sarebbe stato l’incidente grosso. Ci sono piloti con i quali fatichi a stare in macchina. Sentivo che rischiava troppo, che non avrebbe mai fatto carriera. Finii la stagione, poi però basta. E non l’ho più visto, né sentito”.
Ed invece nel 1984  Capone riesce a vincere il campionato europeo con la 037 e punta al mondiale, ma gli preferiscono il finlandese Toivonen. Capone non accetta l’esclusione ed ha un crollo psicologico e, affetto da disturbo bipolare, va incontro ad una parabola discendente. Ma a questo si aggiunge anche la morte della figlioletta di pochi mesi e il divorzio dalla moglie. Oggi Carlo Capone vive, tra ossessioni e solitudine, in un centro a Tonengo per persone non autosufficienti; chi ha collaborato con lui nella scuderia lo ricorda attraverso vari profili facebook

venerdì 8 aprile 2016

Chiaro



Nella giornata di ieri frugo tra la montagna di cd sparsi tra casa e garage, per trovare qualcosa che si abbini allo stato malinconico in cui verso in questo periodo.
Ne trovo uno, non ha astuccio, non ha titolo perché è il solo ad essere un cd masterizzato.
Presenta un taglio su un angolo, penso allora che non funzioni più.
Incuriosita lo inserisco nel lettore dell' auto, inizio gli spostamenti giornalieri e lui funziona, ancora.
La musica mi coglie di sorpresa, è Gigi D'Alessio.
Non è il mio genere, ma a volte le canzoni sono come i libri, ti cercano loro al momento opportuno

E' pura sensazione 
la avverto come se 
scoppiasse il mondo adesso 

Ricordo come è arrivato quel cd tra le mie mani.
Era un' estate di un paio di anni fa.
Ero sul solito lettino del solito lido che mi ospita ogni estate, si avvicina un ragazzo di colore con il solito zaino nero e un po' logoro che propone alcuni libri


E' tutto un po' scontato 
niente ormai ci da allegria 
è tutto programmato. 

Provo subito a liberarmene come fosse sabbia residua sul corpo asciutto.
Insiste e mi spiega che quei libri li ha scritti lui, mi si siede affianco e me ne porge uno.
Questo sono io, dice, è la mia storia, la mia vita.

Chiaro 
come neve che si scioglie 
al sole stai bagnando tu 
le nostre pene e continui 
a dire che va bene 

E' entusiasta e l' entusiasmo non si spegne.
Non credo molto in quel libretto dalla legatura semplice, non brossurato, cucito alla meno peggio, ma se parla di lui, e lui vuole che sappia chi lui sia, è bene non deludere le attese.
Mantengo le mie perplessità, ma acquisto il libro

e la noia ci fa stare insieme 
Va a distruggere le nostre sere 
Ma continui a dire che va bene.

Inizio la lettura seduta stante e trovo un linguaggio molto chiaro e scorrevole.
E' vero, lui parla di se stesso, di quando era ragazzino, di un padre autorevole, di madri che spalmavano i corpi dei propri figli di unguenti perché gli arti crescessero lunghi, di una cultura lontana, ma con la quale attraverso le sue parole è facile empatizzare

Chissà se parlo al vento 
nel chiederti perché 
continua a starmi accanto 
vorrei ma non vorrei 
scoprire che tra noi 
non c'è mai stato niente 

Il suo viaggio in Italia, le illusioni, l'orgoglio che fa dire basta alle incessanti umiliazioni,
un orgoglio fatto proprio dagli insegnamenti paterni ora molto vicini e un lieto fine con lui che incontra una donna salentina, evidentemente speciale, che lo aiuta a scrivere la sua storia.

Senza un lamento 
ti sorrido ma nascondo il pianto 
noi vicini ma lontani dentro 
e la voce muta di un tormento 
ferma il tempo in ogni suo momento 

E' una storia vera che mi colpisce a tal punto che cerco quel ragazzo nei giorni successivi, ma nulla. 
Amadou, così il suo nome, non l'ho più rincontrato
Al suo posto si sono avvicendati altri suoi connazionali, con collanine, occhiali e cd.
In ognuno di loro ho riletto la sua storia e così quando si è avvicinato un ragazzo con in mano il solito plico di cd masterizzati non ho saputo dire di no, non per il cd, ma per non ledere orgoglio e  dignità che i racconti di Amadou avevano loro restituito.

E' pura sensazione ma avverto come se scoppiasse il mondo adesso.





lunedì 14 marzo 2016

Ave Cesare!



I registi riprendono un tema caro, ossia i dietro le quinte del cinema, ma stavolta senza falsi miti.
Solitamente lo spettatore si reca al cinema e ciò che vede ha qualcosa di magico tanto da prendere attori e attrici a simbolo di virtù rare e doti uniche.
Per lo spettatore gli attori sono dei e il cinema è l' olimpo.
Stavolta quello che ci propongono i Coen é la perdita di fuoco sugli attori che non solo non hanno centralità alcuna un Ave Cesare!, ma perdono ogni funzione e personalità.
L' attrice simbolo di purezza per il pubblico in realtà é rozza e di poche virtù, la grande star interpretata da Clooney é in realtà un emerito idiota, e non va meglio al vuoto e ignorante ragazzotto che si esprime ormai nell' unico linguaggio conosciuto durante il suo ruolo da cow boy, poche battute per lui è molto circo in scena.
In realtà nessuno di loro ha meriti interpretativi che giustifichino l' adorazione di stampa e pubblico che li osanna e ne segue anche i più inutili movimenti tra l' altro dettati a tavolino dall' alto.
Meriti non vanno nemmeno agli sceneggiatori, presi da dibattiti inutili e idealizzanti fini a se stessi, tanto che pur raggiunto lo scopo prefissato ( ottenere soldi ) non solo vi rinunciano, ma lo disperdono nel mare riprendendo senza drammi il percorso nel punto in cui lo avevano lasciato.
Anche la stampa é un tassello di questo olimpo e i giornalisti sono talmente indistinguibili tra loro ( efficace l' uso delle gemelle a rappresentare la categoria ) che non c' é alcun vantaggio a fornire una esclusiva di notizia a qualcuno piuttosto che a un altro, é solo l' ordine di arrivo a contare.
Allora nel marasma di un mondo che é pura finzione, chi é il deus ex machina?
La scena finale della star ritornata all' ovile dopo le tentazioni degli sceneggiatori parla chiaro, non vi sono molti dei, ma uno solo e l' unico Dio é Eddie Mannix, produttore cinematografico, é lui che animato da una fede fortissima in quel mondo tanto da rinunciare alle continue tentazioni di professioni più stabili regge i fili delle vite pubbliche e private degli attori, riporta alla ragione chi pare averla persa, gestisce i giornalisti e si muove in modo impeccabile tanto da percepire anche dei piccoli gesti, quali il mentire sul fumo, una deviazione dalla perfezione che un Dio dovrebbe sempre avere

lunedì 4 gennaio 2016

Migliorare il passato



Elena* è una donna che soffre di intolleranza al contatto fisico con altre persone, precisa e affidabile ha ossessione per la perfezione e si mostra totalmente anaffettiva. Elena giudica tutti negativamente, disprezza l’ umanità, vuole una vita diversa, ma non può averla. I ricordi di Elena e la sua memoria le storpiano la vita, i ricordi di una madre che non le aveva concesso mai una carezza o un abbraccio. Una madre che sostituiva l’ affetto con il rimprovero. Elena si sente rifiutata dal suo mondo, ossia da quello che per un bambino rappresenta tutto il proprio mondo, sua madre non ha alternativa di comportamento che rifiutare a sua volta. E’ un comportamento che le consente di pareggiare i conti, ma è un comportamento che si attua in modo sistematico e all’ infinito. Elena diventa come sua madre, pur odiandola. E’ il passato di Elena a condizionare il suo presente, ma il passato vive solo ed esclusivamente nella propria memoria, perché non è materiale. E una traccia mnestica può essere cancellata, sostituita, modificata con un trapianto di memoria.
La metodica del Rêve Eveillé consente tramite un sogno ad occhi aperti di effettuare un’indagine psicologica e per la risoluzione dei conflitti intra-psichici, con l’attivazione dell’Immaginario e la ricerca “della sublimazione degli istinti”. Il passo che oggi una nuova teoria, sviluppata dal Prof. Giulio Cesare Giacobbe, sta compiendo è quello di utilizzare la metodica del Rêve Eveillé per costruirsi una nuova memoria. Il meccanismo consisterebbe nel sostituire nell’ immaginario della persona traumatizzata episodi non realmente vissuti, ma felici o liberatori. Nel caso di Elena la madre anaffettiva diventerebbe premurosa, disponibile, accogliente.
Nel caso di una vittima di stupro, la vittima risolve l’ angoscia del trauma simulando una reazione, in realtà non avvenuta, allo stupro con l’ uccisione dello stupratore. Questo sarà il nuovo ricordo da portare avanti, quello che consentirà di dare uno svolgimento diverso al proprio futuro.
Che sia realmente possibile? E in tal caso, sarebbe etico impiantare “falsi ricordi”?
Già in laboratorio i ricercatori del RIKEN-MIT hanno provato ad impiantare dei falsi ricordi nei topi per comprendere come sia possibile ricordare cose mai avvenute. Una volta individuate le cellule preposte a determinati ricordi si immettono dei contenuti e quindi si altera la memoria creando ricordi falsi.
Il Dr Tonegawa e il suo team hanno creato con successo un falso ricordo nei topi geneticamente modificati manipolando cellule engram e l’ippocampo, una parte del cervello che svolge un ruolo nel formare e conservare ricordi di esperienze. Per impiantare il falso ricordo, i ricercatori hanno seguito un percorso un po’ tortuoso: hanno innanzitutto utilizzato topi in cui cellule engram dell’ippocampo possono essere attivate tramite impulsi di luce. Mettendo i topi in una scatola “A”, hanno capito quali cellule conservassero il ricordo della scatola A. Hanno poi trasferito i topi in un’altra scatola “B”, e hanno attivato pero’ le cellule che conservavano il ricordo della scatola A, allo stesso tempo somministrando un lieve shock elettrico che spaventasse i topi. In questo modo hanno associato alla memoria indotta della scatola A un ricordo spiacevole, in maniera del tutto artificiale dato che i topi stavano nella scatola B. Una volta reinseriti nella scatola A, dove in teoria nessuna esperienza negativa era accaduta, i topi hanno sentito ugualmente paura, dimostrando l’induzione del falso ricordo.
Ma come funzionano queste cellule Engram? una nuova ricerca ci dice che quando si verifica l’apprendimento, piccole popolazioni di neuroni vengono attivate ​​contemporaneamente in diverse regioni cerebrali interessate a questa esperienza, e diventano cellule engram. Queste popolazioni cellulari engram formano reti preferenziali in tutte le regioni del cervello che probabilmente rappresentano il luogo della memorizzazione delle informazioni stesse. In parallelo, le connessioni sinaptiche tra le cellule engram sono rinforzate e facilitano l’accesso permettendo di essere facilmente recuperate quando è necessario un ricordo. Queste duplice proprietà delle cellule engram forniscono valore adattativo per l’organismo: reti sinaptiche stabili consentono ricordi a lungo termine per essere conservati per tutta la vita. D’altro canto, cambiamenti dinamici nella forza sinaptica permettono l’organismo di modificare rapidamente e reversibilmente la relativa accessibilità di memorie esistenti, senza il costo di perderla completamente.
Questo significa che è possibile sovrapporre ricordi positivi a quelli negativi vissuti, ma anche che è possibile riaprire i cassetti della memoria per chi l’ abbia persa nelle strade del proprio cervello.

Il più e il meno

l più e il meno
Erri De Luca
37 racconti e 3 poesie.
Ogni racconto racchiude il passaggio da ciò che non si era perché mancanti di qualche tassello a ciò che ci rende puzzle completi per il dopo, il più è oggi che fa da supporto al domani.
E quindi è un De Luca "meno" quando ancora non conosce il potere e il fascino che la scrittura ha su di lui e che potere ha quella scrittura nelle sue mani.
La presa di consapevolezza è il più che apparecchia il domani.
E' una città di arrivo che diventa ricchezza in virtù della sobrietà di partenza, un altro meno.
Un meno che però ritorna a diventare più nella ricchezza del ricordo di una pastafrolla e del cibo domenicale nei pranzi di famiglia.
E' una nuova democrazia che prende la forma di una parabola positiva rispetto alle vecchie forme di oppressione.
" Chi ha vissuto prima sta dietro a chi arriva dopo. Giusto che gli trasmetta la storia trascorsa, stando alle spalle, magari con la scusa di un taglio di capelli."

Una seducente sospensione del buon senso

Così come in questo periodo abbiamo i cine panettoni é giusto avere il libro panettone.
Ve lo allego con tutt'a la fascetta che lo declama come successone.
Non lo credo, che sia un successone intendo.
Ma non é malvagio.
Giovanni Storti, il coautore, é quello del trio comico Aldo, Giovanni e Giacomo.
Il libro ha la stessa struttura e lo stesso sapore dei loro film.
É garbato, evita le volgarità, anzi ne prende chiaramente le distanze.
Fa sorridere.
É moderno.
Il protagonista é indolente e in questo il fatto di aver visto più volte Storti nelle sue interpretazioni ci aiuta a figurarcelo visivamente nello svolgersi della storia.
Le sue domande, il suo sentirsi a un passo dal momento giusto per, ma improvvisamente fuori contesto me lo ha fatto sentire familiare.
É una lettura morbida e leggera, cerca qualche colpo di scena e qualche spunto di riflessione.
Come recita la copertina é un viaggio alla scoperta di ciò che devi lasciare.
Il bello é capire al termine della lettura cosa può essere utile lasciare per arrivare dove.


lunedì 30 novembre 2015

All' inferno fa freddo



Di libri così ben strutturati ne ho letti pochi, questo è un libro ben strutturato.
Ogni racconto è preceduto dall' introduzione di un altro scrittore.
E così Erri De Luca introduce il racconto di Ventura, Corrias quello di Marsi, Luglio- Maggio e così via.
Ma non sono racconti frutto della propria fantasia di scrittori sul tema, sono storie vere affidate alla cura di queste voci narranti protagoniste di copioni su una non vita.
E' tangibile la potenza di una legge che disumanizza gli uomini in virtù degli errori commessi.
Nei racconti dei detenuti non c'è un prima, un perché, quello è accettato e alle spalle non ci sono solo gli errori, ma una vita che con le sue dinamiche è preferibile sia cancellata per dare posto a un ambiente dove è bene, per la propria salute mentale, istituzionalizzarsi quanto prima possibile.
"Il carcere è il tempo dell' attesa. E la cella dei transiti, quella dove non si ferma mai nessuno, che nessuno pulisce, che nessuno arreda, è quella dove l' attesa di moltiplica "
Ed è necessario farsene una ragione di quest' attesa infinita, di famiglie che si allontanano, di genitori, mogli, figli che ti lasciano al tuo destino.
E non puoi permetterti di chiederti perché, nulla ha più senso, ma soprattutto nulla può più essere afferrato, discusso, preteso, se fa parte della vita esterna, quella che per gli altri prosegue.
La tua è limitata da una cella e pensi persino alla sfortuna di un gatto, unico essere, e non più animale, da compagnia, di essere rimasto orfano di fratelli e genitori, in realtà quel gatto sei tu.
Poi capita di avere un guizzo, un pensiero, di cercare un modo proprio per tornare liberi.
Capita che umanamente, nel tentativo di stringere una cordicina al collo per fare aderire il sacchetto di plastica al viso faccia ribellare il corpo, ma la voglia di tornare liberi è più forte e all' improvviso consente di tornare uomini attraverso la morte.

mercoledì 25 novembre 2015

Nella mente di un Kamikaze


Terrorista si diventa e non si nasce: allora perché un giovane ventenne dovrebbe desiderare di diventare un terrorista o decidere di farsi saltare in aria?
Bisogna subito sgomberare il campo dall’idea che queste persone siano degli squilibrati: Marc Sageman, professore all’Università della Pennsylvania che ha analizzato 400 documenti statali e registrazioni di terroristi estremisti, ci conferma che questi giovani provengono da famiglie amorevoli e hanno un livello di istruzione medio alto.
Falsa anche l’idea che un terrorista kamikaze sia una persona afflitta da disturbi mentali.
Il terrorista è alienato dalla società, ma l’alienazione non costituisce malattia mentale.
Uno psicopatico non aderisce alle esigenze del gruppo e non è in grado di apprendere dall’esperienza, pertanto i gruppi terroristici, altamente selettivi, lo scarteranno subito perché inaffidabile.
Inoltre questi ragazzi hanno un buon livello di istruzione e questo perché siano in grado di comprendere sofisticate analisi politiche e retoriche alla base della ricompensa ideologica e politica per le loro azioni.
La capacità di razionalizzare la violenza e il martirio del kamikaze può essere compresa solo immedesimandosi in una cultura distante dalla nostra, ma che conosce bene quella occidentale tanto da reclutare i miliziani dando consigli su dove trovare la nutella o le chupa chups nelle zone di guerra.
Cosa offre un movimento religioso estremista e cosa cerca un giovane che abbraccia quel movimento?
Per molte persone, i movimenti religiosi estremisti offrono una situazione di comfort esistenziale, reprimono l’ansia di non-essere, riempiono il vuoto con sistemi e strutture di credenze auto-protettive, come dice Gibbs.
L’ indottrinamento che ne segue mira al convincimento che le azioni violente o suicide che si adotteranno saranno funzionali alla salvezza del proprio popolo o della propria famiglia e nulla vale più di questo, né la propria vita, né quella delle vittime che implorano salvezza.
Le vittime e l’ occidente sono incapaci di andare oltre l’ effimero di quei beni materiali e corporei, come il vasetto di nutella, mentre il Kamikaze ha una mente superiore, lui può vedere aprirsi le porte del paradiso, agli altri precluse.
Questo rende più forti e insensibili a qualsiasi cosa.
Rende fortemente razionali e lucidi.
Corrado De Rosa, psichiatra, dice:
” L’estremista accetta le responsabilità: le ritiene necessarie, minimizza la sofferenza delle vittime, disumanizza il nemico, reprime scrupoli morali e freni inibitori creandosi giustificazioni in cui crede ciecamente. Ha una fede incondizionata nel Corano che accetta senza critica: il fondamentalista islamico non pensa, perché i precetti del Corano pensano per lui. È ossessionato da un’idea, influenzato da figure carismatiche, non scende a compromessi: ha un’organizzazione di pensiero fanatica, che si estremizza in chi sceglie di farsi saltare in aria. “

lunedì 23 novembre 2015

Loro Chi?


Loro Chi?
Un film che merita davvero di essere visto.
E' veloce nel ritmo e ben strutturato nella narrazione, assolutamente non prevedibile.
Girato prevalentemente nella provincia di Lecce ( Santa Maria di Leuca - Santa Cesarea Terme ( l' hotel che ospita i protagonisti ) e Torre dell' Orso e Roca per i paesaggi ) e a Barletta solo per la scena relativa al paesino in festa.
Si può ridere e si può riflettere, su quanto sia facile distorcere il giudizio sull' altro in base alla propria convenienza, finendo per essere più che vittime di un raggiro di un' autotruffa.
Il truffatore è astuto e veloce, non mente, ma si adatta al terreno che trova e quindi per questo è mutevole.
Affascinante e morbida la struttura del film, impeccabili gli attori.
Edoardo Leo brilla sul pur camaleontico Marco Giallini.
Regia eccellente e fresca che ci regala la sensazione di essere forse noi stessi stati truffati dall' inizio alla fine della visione.
Voto: 8+

domenica 22 novembre 2015

Avarizia e Via Crucis

Avarizia si apre con l' incontro tra Fittipaldi e due monsignori che avvertono l' urgenza di consegnare al giornalista una montagna di documenti importanti perché Francesco deve sapere.
Il prologo mi sarebbe sufficiente a non proseguire la lettura perché non gradisco l' impostazione come fosse il film Suburra, con gli sguardi attraverso i calici rivelazioni sussurrate e l' immagine di questi prelati che ti attendi si alzino di scatto dal tavolino del bar, inforchino i rayban, saltino sul primo scooter e sfreccino via aprendo la valigetta in pelle generando vortici di documenti alle loro spalle.
E' inutilmente macchiettistico.
Ma contiene documenti dello Ior, dell' Apsa, dei dicasteri, dei revisori dei conti chiamati dalla Consea, dunque proseguo.
" il volume che avete in mano può oggi illuminare per la prima volta l' intero tesoro del papa, quello controllato direttamente dal Vaticano. Una montagna di miliardi tra conti, investimenti finanziari, metalli preziosi e proprietà immobiliari che anche oggi continuano a provocare dietro le mura scontri furibondi tra fazioni contrapposte. ", scrive Fittipaldi.
Nei bilanci vaticani la Cosea scrive che i valori nominali sono notevolmente sottodimensionati e questo perché gli immobili sono registrati al costo di acquisizione o di donazione.
Le varie congregazioni sono detentrici di immobili che hanno un valore effettivo miliardario e che per rimetterli a reddito li affittano, ai vip.
Affitti troppo bassi o di favore sono uno dei punti critici esaminati.
Oltre all' immenso real estate si parla dei possedimenti Vaticani di azioni, liquidi, obbligazioni e asset finanziari.
La montagna di soldi del Vaticano è conservata allo Ior e all' Apsa ( ente che Bergoglio vorrebbe trasformare in banca centrale ), l' Apsa si muove come un istituto di credito e presta soldi in giro. E detiene oro, in lingotti.
Uno dei veicoli principali di ingresso di denaro sarebbero le fondazioni e l' obolo di San Pietro che in teoria dovrebbe essere destinato a opere di carità, ma in realtà viene utilizzato per necessità economiche dei dicasteri.
Insomma, il libro percorre in maniera concentrata le bugie, i conti segreti, i giochetti di una guerra sacra che non risparmia nessuno per il denaro. Denaro che arriva delle pompe di benzina, dalle farmacie che al contrario di quelle romane vendono prodotti scontati e accettano anche ricette di medici di Stati esteri, dai tabaccai ossia dal supermarket vaticano.
L' impero della santità non si alimenta della monetina lasciata nel cestino durante la funzione domenicale, per intendersi.

Via Crucis
Boom di vendite, 4 edizioni in 3 giorni , recita la copertina.
In vantaggio rispetto ad " Avarizia" perché battuto sul tempo ha venduto di più, ma è solo questo?
Il libro di Gianluigi Nuzzi abbandona lo stile sensazionalistico e da gomorra, per concentrarsi in modo più sobrio sull' inchiesta.
Anche in questo caso è un libro pro Francesco, perché lo sperpero di denaro da parte di chi governa la Chiesa e le pratiche di malaffare incluse la vendite delle procedure di beatificazione e santificazione non finiscano per ricadere sull' immagine del pontefice.
Il libro si apre con la lettura al pontefice dei documenti richiesti dallo stesso per conoscere la situazione della Chiesa e la presa di consapevolezza dell' assoluta mancanza di trasparenza nei bilanci della Chiesa.
Il libro si srotola in modo molto più armonioso di quello di Fittipaldi e non presenta nervosismi e approssimazioni di alcun tipo, sono presenti molti più documenti e approfondimenti.
Non è uno sguardo da fuori scandalizzato che ci viene fornito, ma una lettura analitica dall' interno.

Se dovessi consigliare uno dei due testi la mia scelta andrebbe indubbiamente su questo.

lunedì 16 novembre 2015

Organo indipendente




Ci sono persone che, pur essendo prive di particolari tortuosità e inquietudini, riescono a complicarsi la vita in maniera sorprendente.
Non sono moltissime, ma a volte se ne incontrano.
Gli individui di tal fatta, per poter adattare la propria personalità, per così dire rettilinea, al tortuoso mondo circostante, in qualche misura sono obbligati a effettuare degli aggiustamenti, senza rendersi conto che finiscono col guastarsi giornate con fastidiosi stratagemmi.
Sono fermamente convinti di condurre una vita semplice e onesta, priva di zone d' ombra, esente da espedienti. Così, quando per qualche episodio fortuito una luce nuova viene tutt' a un tratto a mostrare l' artificiosità e l' innaturalezza del loro operato, finiscono col trovarsi in situazioni a volte amare, a volte comiche. Ovviamente molte di queste persone sono tanto fortunate ( non le si può definire diversamente ) da non avere mai, per tutta la vita, questa illuminazione.


Una tomba per le lucciole



  • Una tomba per le lucciole.
    Il 10 e l' 11 le varie sale cinematografiche hanno trasmesso uno dei capolavori dell' animazione giapponese " La tomba delle lucciole " del regista Isao Takahata.
    La novità sta nel nuovo doppiaggio che ha l' intento di essere più fedele alla versione originale di quanto non avesse fatto il precedente, perché le opere giapponesi, rivolte e pensate per un pubblico giapponese, non possono essere adattate ad uno spettatore diverso se non snaturandole.
    Il pubblico italiano deve leggere l' opera contestualizzandola e non adattandola ai suoi gusti.
    E' un film che si rivolge ad un pubblico adulto, potente nel contrasto dato dal realismo e crudezza del fatto storico e la morbidezza e il colore tipici dell' animazione.
    Il regista decide di calare lo spettatore subito nel clima drammatico fin dal primo fotogramma.
    Nel corpo proteso avanti del giovane Seita ormai prossimo alla morte, seduto a terra e con labbra che mostrano i segni evidenti della disidratazione e del mal nutrimento. Sarà il posarsi di una mosca sul viso a darci conferma del suo decesso.
    Unico tesoro nelle sue tasche una scatola di latta contenente i resti della sorellina.
    Non ci sono punti di svolta, crescendo di tensione, la linea di drammaticità si mantiene alta per tutti e novanta i minuti di proiezione e non puoi solo che decidere se lasciarti andare subito all' emotività o attendere ancora un po'.
    Di fronte alla guerra la solidarietà scompare per dare posto ai singoli istinti di sopravvivenza, solo il protagonista quattordicenne pare non seguire questa legge e manifesta un moto di orgoglio che sarà fatale per lui e la sorellina.
    L' amore della piccola per "il fratellone", che le dovrà nascondere la morte di " mammina " e reggere da solo ogni tipo di umiliazione e l' attaccamento profondo dei due orfani, genera un altro contrasto, ossia quello del silenzio assoluto dei sentimenti degli adulti che non avranno tempo e modo di aiutare i due fratelli.
    Il profondo senso di ingiustizia non lo si avverte nei riguardi degli esseri umani che nell' animazione non vengono presentati con personalità differenti vittime indistinte degli eventi, ma nei riguardi del tempo troppo breve per dare modo di rendersi conto dei cambiamenti e troppo lungo per riuscire ad abbracciare la via d' uscita.

Uomini senza donne


  • Uomini senza donne - Murakami Haruki
    Se avessi dovuto scegliere questo libro dalle recensioni in quarta di copertina non lo avrei mai preso.
    Mi sono fidata dell' autore e del titolo e ne sono rimasta entusiasta.
    Non è un romanzo, ma 7 racconti di cui solo l' ultimo ha il titolo in copertina.
    Ad ogni modo ogni racconto racchiude il dispiegarsi dei pensieri di uomini soli.
    " solo la conoscenza della verità rende gli esseri umani più forti "
    Questi uomini sono alla ricerca della verità sull' altro, sulla propria compagna o moglie alternandosi nel ruolo di chi non comprende appieno e sfida ogni comprensibile logica per trovare una risposta a determinate azioni di cui non ha avuto coraggio o voglia di chiedere conto per non alterare un equilibrio ormai consolidato, oppure nel ruolo di chi non è compreso se non nel momento finale dopo aver preso le cose alla larga, fatto infinite diversioni per ritornare nel punto di partenza.
    Tutto lentamente, mettendoci il tempo necessario, eppure ogni protagonista volgendo lo sguardo al passato non può che trasmetterci la sensazione di un' infinita solitudine.
    Il presente e la maturità ricompone i tasselli, ma ogni racconto non ci fornisce svolgimento del futuro.
    " Kafuku aveva superato la fase dell' accettare o meno la realtà. Ed era una differenza importante ".
    L' analisi psicologica dei personaggi è eccellente, ogni azione dei protagonisti lascia al lettore l' indubbia risposta.
    Si può punire senza fare nulla, si può intuire lo struggimento della rimuginazione in cui si lascia l' altro, si può spaccare in due il proprio io salvaguardandosi.
    E' una lettura che consiglio.

giovedì 12 novembre 2015

Anna



Anna - Niccolò Ammaniti
Ammaniti ha sempre avuto la capacità di conferire alle sue narrazioni la freschezza tipica del preadolescente.
Quando il mondo è acerbo e i pensieri e lo sguardo sullo stesso sono semplici e lineari, senza sovrastrutture.
In Anna emerge la primordiale necessità della sopravvivenza.
Un virus denominato "la rossa" ha falciato tutta la popolazione dai 14 anni in su.
Solo i bambini ne sono immuni e tra questi Anna, una bambina che vaga tra cadaveri, mosche, topi e materassi in cerca di viveri per lei e il fratellino del quale si prende cura, come promesso alla madre prima che morisse.
Come ogni racconto ammanitiano non esiste pathos o dramma esistenziale.
In quelle condizioni ogni pensiero superfluo sarebbe perdita di tempo e chi è stupido tendenzialmente soccombe, come da classica legge della natura.
Legge della natura che vede Anna essere madre che insegna al suo cucciolo a difendersi, che lo protegge dalla vista di cadaveri che a seconda dell' umidità si sono trasformati in " filetti di baccalà o poltiglia rivoltante ", che gli insegna come si fa e come lei si augura lui farà quando lei al compimento dei suoi 14 anni non ci sarà più.
Fuori c'è la morte, al fratellino lei restituisce il pensiero magico, un peluche di porcospino incartato in un foglio di giornale come fosse appena acquistato, le cure migliori. Lei non ha olfatto, sapori, ma solo rievocazioni dal passato di ricordi e profumi, memorie di una nutella o di un budino che soppiantano scatolette che dovrebbero essere rancide, ma che al gusto sono insapori.
Non esistono soldi, esiste lo scambio e poche cose hanno valore, altre appaiono stonate come le pubblicità rimaste affisse sui cartelloni.
Com'è questo mondo gestito dai bambini?
E' affascinante la capacità di tirare fuori istinti primordiali dai quali siamo ormai davvero molto distanti.
Una lettura più che interessante e piacevole.
" La vita è un insieme di attese.
A volte così brevi che nemmeno te ne rendi conto,
a volte così lunghe da sembrare infinite,
ma con o senza pazienza
hanno tutte una fine "

venerdì 12 giugno 2015

Il narcisista perverso e le sue tattiche


Induzione (suggerire l'idea all’altro)
La grande forza del narcisista perverso è l'arte dell'induzione. Essa si applica per provocare sentimenti negli altri, reazioni, azioni, o, viceversa, per inibirli. Lui agisce in un certo qual modo come un mago malefico, un ipnotizzatore abusivo. Evitando di esprimere all'altro ciò che pensa, di illuminarlo sulle sue intenzioni, procede per allusione, senza mai compromettersi. Procede allo stesso modo se intende negare un qualcosa a priori. L'altro, che non aveva intenzione di chiedere nulla, si sentirà preso in contropiede senza sapere esattamente perché:  si riprometterà allora di non chiedere nulla che possa mettere in dubbio la sua onestà personale, entrando inconsapevolmente nel gioco del perverso narcisista. Quest'ultimo, oltre a tenere sotto controllo la sua "vittima" imposterà volentieri il suo discorso su un messaggio moralizzatore e si mostrerà come un essere "  nobile e puro",  forzando l'altro, che non vuole essere rifiutato, ad identificarsi in questa morale.

Incoerenze e contraddizioni.
Felice e orgoglioso del suo colpo, il perverso narcisista potrà anche elogiarsi presso terzi del suo successo, affermando: “l'altro lo aveva meritato, poiché era troppo stupido e ingenuo”. Ma anche quando le contraddizioni del suo comportamento scoppiano, seminando dubbi sulla sua personalità, sulle sue intenzioni o sulla sua sincerità, riesce generalmente a recuperare i suoi errori e ripristinare la bella immagine di sé che ha lasciato fendere per mancanza di prudenza. Affermerà allora, per esempio, che ha scherzato e cercava soltanto di testare il suo interlocutore. Di solito, gli si scuserà tutto, perché sa rendersi simpatico e soprattutto perché ha sempre una spiegazione per giustificare un comportamento improvvisamente contraddittorio. L'errore "  disastroso"  sarà messo sul conto di una debolezza momentanea, di una stanchezza, di un sovraffaticamento, di una malattia. Concludendo insomma, si dirà che ogni persona "perfetta"  è fallibile.
"Il perverso narcisista è capace di sostenere un punto di vista un giorno e difendere le idee inverse l'indomani, giusto per fare rimbalzare la discussione o, deliberatamente, per colpire. " (Marie-France Hirigoyen, "Molestie morali", pagina,108)

L'uso di messaggi paradossali.
Il narcisista perverso si compiace nell'ambiguità. Con i suoi messaggi paradossali, doppi, oscuri, blocca la comunicazione e pone la sua vittima nell'impossibilità di fornire delle risposte appropriate, poiché non può comprendere la situazione. Si esaurisce a trovare soluzioni che saranno per definizione inadatte e respinte dal perverso di cui susciterà le critiche ed i rimproveri. Completamente sconcertata, affonderà in depressione o nell’angoscia (vedi  Marie-France Hirigoyen, "Molestie morali", "  La comunicazione perversa", p. 111). 

Calunnie e insinuazioni
Il narcisista perverso ha il talento di diffamare senza dare l’impressione di toccare, prudentemente, dando l'apparenza di obiettività e della massima serietà, come se non facesse che riportare parole che non sono sue. Spesso non porta un'accusa chiara, ma si accontenta di allusioni velate, insidiose. Alla lunga, riuscirà a seminare il dubbio, senza avere mai pronunciato una frase che potrebbe farlo cadere sotto un'accusa di diffamazione. Utilizzerà il potere della ripetizione e non cesserà di mettere in dubbio l'onestà delle intenzioni dell'avversario che vuole abbattere, in base alla tendenza umana di credere "che non c'è fumo senza arrosto ".

Uso di false verità enormi e credibili.
La comunicazione perversa è al servizio di questa strategia. È fatta prima di false verità. Successivamente, nel conflitto aperto, fa aperto ricorso, senza vergogna, alla menzogna più grossolana. Qualunque cosa si dica, i perversi trovano sempre un modo per avere ragione, tanto più che la vittima è già destabilizzata e non prova, contrariamente al suo aggressore, alcun piacere a polemizzare. Il turbamento indotto nella vittima è conseguenza della confusione permanente tra la verità e le menzogne. La menzogna nei perversi narcisisti si fa diretta soltanto durante la fase distruttiva. Si tratta allora di una menzogna a dispetto di ogni evidenza. É soprattutto e prima di tutto una menzogna convinta che convince l'altro. Indipendentemente dall'enormità della menzogna, il perverso vi si aggrappa e finisce per convincere l'interlocutore. Verità o menzogna, ai perversi importa poco: è vero ciò che dicono in quel dato momento. Queste falsificazioni della verità sono a volte molto vicine ad una costruzione delirante. Qualsiasi messaggio che non è formulato esplicitamente, anche se ne traspare il senso, non deve essere preso in considerazione dall'interlocutore. Poiché non vi è alcuna traccia oggettiva, non esiste. La menzogna risponde semplicemente ad una necessità di ignorare ciò che lede il suo interesse narcisistico. Questo è il motivo per cui si vedono molti perversi circondare la propria storia di un grande mistero, che induce l'altro a farsi una convinzione senza che sia stato detto nulla: “nascondere per mostrare senza dire.” (Marie-France Hirigoyen, Molestie morali, pagina 94).

Porsi come una vittima
In occasione delle separazioni, i perversi si pongono come vittime abbandonate, dando loro il ruolo migliore e permettendo di attirare un altro partner, consolatore. Può farsi passare per debole, per “il cane perso senza collare”, cane bastonato dagli occhi tristi, di cui vorranno  precisamente occuparsi le donne materne, devote, quelle con la vocazione di crocerossina, quelle che esistono soltanto dalla devozione agli altri, coloro che diventeranno la loro futura vittima. Questo al fine di farle cadere nella sua rete. Egli, infatti, ha un talento incredibile nell’impersonare il ruolo di vittima. Come un incredibile talento nel fingere di essere malato o irresponsabile o approfittare di una malattia (reale o immaginaria),di un incidente, usare o approfittare di un handicap reale, ecc..

Inibizione del pensiero critico della vittima
Durante la fase di condizionamento, l'azione del perverso narcisista sulla sua vittima consiste principalmente nell'inibirne il pensiero. Nella fase successiva, suscita in lei sensazioni, azioni, reazioni, attraverso meccanismi di ingiunzione o di induzione. "Se l’altro ha sufficienti difese perverse per giocare al rilancio, si scatena una lotta perversa che si concluderà soltanto con la resa del meno perverso dei due. Il perverso cerca di spingere la sua vittima ad agire contro di lui (a farla agire in modo perverso)per poi denunciarla come "cattiva". Ciò che conta è che la vittima sembri responsabile di quello che le capita. " (Marie-France Hirigoyen, "Molestie morali" a pagina 122). La cosa più difficile per la vittima è non entrare nel gioco, nei particolari giochi di conflitti artificiali, causati dal perverso.

Tattiche estreme (sul punto della confusione)
Se un'esaltazione può condurre il perversa narcisista a commettere degli atti di violenza, evita accuratamente di farsi "spedire"  alla polizia e alla giustizia. "Costretto, può farsi passare per matto, irresponsabile dei suoi atti, perché si sa che i matti possono permettersi tutto“(articolo 122-1 del nuovo codice penale)( Philinte, in “Le Misanthrope “)


domenica 26 ottobre 2014

Pensieri e ricordi inusuali


Quello che faticherò sempre a comprendere è l' affidare ad un blog delle parole che dovrebbero arrivare a qualcuno, quando quel qualcuno si può contattare con una mail privata o una telefonata o altro ancora.
L' esclusività e riservatezza dei rapporti è importante per la comprensione reciproca e perché le relazioni umane evolvano positivamente.
Evitare questo modo di comunicare diretto è fuorviante e nasconde altro.
Nel suo essere non diretto diventa poco chiaro ed equivoco appunto, perché la prima cosa che il lettore giustamente si chiede è "rientro nel destinatario del messaggio?" e la risposta è forse si e forse no.
Si può fingere di non aver letto, di non aver compreso che si fosse destinatari di cotanta attenzione.
Il dubbio e la poca chiarezza diventa alibi sia per chi scrive che per chi legge e ancora per chi dovrebbe leggere in quanto destinatario reale, per sottrarsi prima o dopo da eventuali conseguenze o interpretazioni troppo aperte di qualcosa che alla fine può essere tutto, ma anche il suo contrario.
Personalmente interpreto la cosa come una perdita di tempo, ma anche un voler non superare determinati ostacoli personali.
La comunicazione è efficace quando avviene in modo chiaro e inequivocabile.
Saprete che una persona vuole avervi tra le sue amicizie o rete di relazioni sociali quando vi contatterà tramite i mezzi tradizionali, ossia il telefono, la mail e altro ancora ( come sopra ) e non quando visiterà un vostro profilo su un social network.
Quando una persona conta davvero non c'è limite alcuno e le parole devono arrivare dirette, anzi ci si assicura che arrivino dirette e senza equivoci.
Il resto non conta, non deve contare.
Dal momento che internet ha regalato a molti la possibilità di vivere rapporti visionari e non reali, si è andati a confondere anche la decodificazione dei linguaggi.
In un rapporto reale e sincero tutto si svolge su un piano diretto, il linguaggio è diretto; in un rapporto visionario e non reale la comunicazione diventa emoticons, destrutturazione del linguaggio diretto per formare immagini fittizie e forme di comunicazione fittizia come un saluto non più espresso come tale in forma di semplice " ciao ", ma come suono prodotto dallo squillo del cellulare o appunto visite ai profili virtuali.
E poi ci sono gli accavallamenti e gli incroci che quando si traducono nell' uso di strumenti reali e diretti di comunicazione nel caso di rapporto virtuale sono sempre positivi, quando invece portano la sintesi tecnologica nei rapporti reali diventano mortificazione.
"mi ha mandato uno squillo questa sera, cosa vorrà dire?" nulla, cosa vuol dire uno squillo?
"che mi pensava"
no! vuol dire che non aveva tempo per un pensiero che fosse qualcosa di più concreto e reale o non ne aveva voglia.
Del resto ipotizziamo un litigio tra una persona che si dice illusa da un uomo che le mandava emoticons e squilli ad ogni ora.
" Io credevo che volessi di più da me! credevo facessi sul serio!"
"Quando lo avrei detto?"
" mi squillavi ogni secondo, vuol dire che mi pensavi..."
e lì vi renderete conto di aver camminato su una lama che lentamente si inclina e vi fa scivolare dall' altra parte.
" io volevo solo salutarti"/ " il gattino per errore ha posato una zampina sul mio smartphone e sono partiti un po' di squilli a raffica "
Ah!
Questo è quello che intendevo all' inizio del mio discorso, una comunicazione diretta è l' unico mezzo efficace per dirsi risolti nelle relazioni sociali.
Non perdete tempo con segnali fumosi che non porteranno a nulla.

mercoledì 23 luglio 2014

Come si smonta la rabbia


La rabbia di cui parlo non è quella caratteriale, non ho alcun titolo per risolvere un elemento cronicizzato.
Mi riferisco invece a quell' impeto spontaneo che abbiamo quando una persona in cui confidavamo ci crea un torto.
Tanto più è alta la considerazione e la stima della persona dietro cui abbiamo perso tempo, tanto più è la rabbia dettata dalla disillusione.
Come realizziamo che l' altro è diverso dalle nostre aspettative, perché si comporta in modo indegno di noi, vorremmo demolire o meglio disintegrare anche il solo ricordo della persona.
A dire la verità vorremmo anche disintegrare la persona.
Vorremmo che fosse consapevole anche lei che se si è sprecato tempo e altro è solo perché pensavamo che lei fosse bella e virtuosa, invece dal momento che la stessa si è rivelata essere mediocre, in noi nasce il tentativo di far aprire gli occhi anche al soggetto in questione.Come a voler lasciare un senso di profonda vergogna per le azioni compiute in nostro danno.
Da questo momento in poi si aprono mille porticine.
C'è chi si dedica alla pura vendetta con punteruoli che accarezzano lucide carrozzerie d' auto, c'è chi persevera nello stalking chiamando pedissequamente per ricordare al soggetto quanto faccia schifo e c'è chi in maniera più sana si dedica all' elaborazione di quanto vissuto e all' oblio del passato.
Considerando che l 'opzione 3 è l' unica che ci salvaguarda da una denuncia penale e che magari ci regala un po' di sollievo concentriamoci su questa.
Partiamo intanto con il chiarire che essere signori non vuol dire tenersi dentro tutto. Se una persona ci fa un torto noi abbiamo il pieno diritto di dire prontamente all' altro che il suo modo di fare è pura violenza per noi e pertanto ogni discorso è chiuso ( ovviamente sono stata molto sintetica e diplomatica nell' uso dei termini, ma in questa e solo in questa occasione è lecito tirar fuori tutto quello che tenevamo nel cilindro nero ).
Da quel momento in poi dedichiamoci il tempo di vivisezionare minuziosamente e solo simbolicamente il soggetto al fine di realizzare e di maturare in noi quel sentimento di compassione che porta a guardare dall' alto e con distacco la persona.
Se un uomo verso il quale ci siamo comportate con sincero entusiasmo ha agito male, non è per colpa nostra, ma per un suo problema, perché chi riceve del bene non può relazionarsi in modo negativo.
Fa parte dell' educazione di base.
Nessuno può costringersi a provare sentimenti diversi da quelli che nutre, ma questo non deve spingere ad autogiustificarsi per comportamenti maleducati verso persone che invece hanno avuto fiducia e agito in modo positivo.
Verso chi è maleducato anche la notra rabbia è sprecata, tramutiamola in compassione perché chi è maleducato prima di tutto è ignorante e da una persona simile non ci si può aspettare nulla di meglio.


giovedì 17 luglio 2014

La dieta Grano Zero

Si sa che con l' arrivo dell' estate le riviste per restare o tornare in forma hanno molto successo, se poi si riesce a pubblicare un intero libro di 360 pagine su una teoria fantasmagorica siamo a cavallo.
L' autore è William Davis e il libro è La Dieta Zero Grano.
Mi ha incuriosita perché da tempo analizzo le interazioni tra alimenti diversi e le reazioni del corpo all' assunzione degli stessi.
Sono convinta che ogni fiore di broccoletto o Big Mac si comporti nei mio pancino con la stessa potenza della pillola contraccettiva serale, da qualche parte del mio corpo il danno o il beneficio avverranno.
Inoltre, pur non essendo celiaca, mi sono sempre poste domande sull' origine di questa malattia comunque nuova, quindi risultato di qualche modificazione recente sui cibi.
Pertanto sono propensa a credere che le modificazioni genetiche sul grano debbano aver portato conseguenze importanti come la celiachia.
William Davis afferma e motiva questo con fonti più solide della mia.
L' autore è un cardialogo e riporta diversi casi clinici da lui risolti proprio tramite l' eliminazione del grano dall' alimentazione del paziente. I benefici andrebbero dall' eliminazione dell' alopecia alla remissione di vari stati infiammatori. In alcuni pazienti si verifica anche una riduzione di peso, ma a mio avviso questo non è dovuto propriamente all' eliminazione del grano.
Collego sicuramente l' aumento di determinate patologie all' assunzione del grano, ma non l' obesià.
A supporto dei miei dubbi riporto questa tabella dove in colore giallo chiaro vengono delimitate le aree dove la concentrazione di individui obesi è < 5 % e man mano che l' intensità del colore è più accesa fino ad arrivare all' arancio le aree indicano uan concentrazione di individui obesi pari al 50 - 55%




E' evidente che l' area relativa all' America del nord ha un importante presenza del dato in esame e stando all' autore il principale indiziato sarebbe il grano. Se così fosse l' Italia, maggior consumatore di pane e pasta al mondo, dovrebbe avere un' area marcatamente rossa, invece abbiamo una buona percentuale di individui magri rispetto a quelli obesi. L' analisi della distribuzione e della frequenza della celiachia in Europa e in America non rafforza l' ipotesi di un collegamento tra maggior consumo di prodotti a base di glutine e malattia.
L' autore commette l' errore di sottointendere che l' alimentazione dei nostri nonni fosse identica alla nostra, con l' unica differenza nella qualità dello stesso prodotto.
Ossia mia nonna mangiava un piatto di spaghetti ed era sana, perché quel grano non era geneticamente modificato, mentre io mangio un piatto di spaghetti realizzati con farine ormai interamente modificate.
Io mi ammalo, lei ha campato cent' anni.
Mi risulta che nel nord America più che un piatto di spaghetti con pomodorini freschi mangino roba più o meno così


E che mangiare cibo qualitativamente scadente e molto grasso sia un fattore culturale.
I miei nonni non mangiavano in questo modo e nemmeno i loro.
Più semplice dunque fare un confronto a parità di alimenti ingeriti.
Consigliare ad un Americano di eliminare il grano vuol dire portarlo inevitabilmente a non assumere più cibo spazzatura, cup cakes, pan cakes, ciambelline varie e porcate varie.
Io una roba così non pensavo esistesse in natura, loro si :



Quindi dire che per evitare di essere obesi si dovrebbe eliminare il grano,  equivale a dire che per evitare un cancro alla pelle sarebbe meglio vivere di notte.
Constatare che le qualità organolettiche degli spaghetti aglio e olio di mia nonna erano più affidabili di quelle dei miei è un dato di fatto invece serio che va approfondito anche se non si deve sfilare in passerella, perché a mio avviso l' obesità in tal caso è solo un fattore di comorbilità.
Per concludere il libro è ancora una volta un inutile lancio di ultima moda fine a se stesso, tra l' altro l' editore italiano non si è preoccupato nemmeno di inserire nell' appendice finale, quella relativa alle eventuali ricette senza grano, cibi commestibili anche per noi italiani, roba che se poi uno volesse dopo 360 pagine avere un' idea di fattibilità del percorso da intraprendere dovrebbe finire col rubare i semi di girasole dalla gabbia del criceto!